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Virus Della Mononucleosi

 

Alcune persone che hanno avuto la mononucleosi, patologia causata dal virus di Epstein-Barr, possono avere un rischio maggiore di contrarre la sclerosi multipla, secondo un nuovo studio pubblicato il 30 agosto 2017 sul sito di Neurology, la rivista medica dell'Accademia Americana di Neurologia.

Solitamente, se si è infettati ad una giovane età dal virus di Epstein-Barr, in genere questo causa pochi sintomi, ma l'esposizione ritardata durante l'adolescenza o l'età adulta può causare sintomi che possono essere abbastanza gravi. L'autrice dello studio, Dott.ssa Annette Langer-Gould, membro dell'Accademia Americana di Neurologia, ha affermato: "Gli studi precedenti che avevano trovato un legame fra la mononucleosi e la sclerosi multipla, riguardavano principalmente le popolazioni bianche, quindi per il nostro studio abbiamo esaminato se esiste un collegamento simile anche per altri gruppi etnici. Infatti, abbiamo trovato un forte legame biologico per tutte le persone."

Per effettuare questo studio, i ricercatori hanno assunto 1.090 persone nere, ispaniche e bianche, nel corso di un periodo di tre anni, con ogni gruppo che aveva un equilibrio di persone sane e persone affette da sclerosi multipla o dal suo precursore, malattia chiamata "sindrome clinicamente isolata". I partecipanti hanno effettuato delle analisi del sangue per controllare l'anticorpo anti-Epstein-Barr ed è stato chiesto loro se avessero mai avuto la mononucleosi. I ricercatori hanno scoperto che, indipendentemente da altri fattori che potrebbero influenzare il rischio di contarre questa malattia, come il sesso, l'età, il fumo e l'origine genetica, il rischio per coloro che avevano avuto la mononucleosi era superiore a quelli che non l'avevano contratta. I neri che avevano avuto la mononucleosi avevano una probabilità quattro volte maggiore di sviluppare la sclerosi multipla rispetto a quelli che non ne erano stati contagiati, come gli ispanici, e per i bianchi la probabilità era il doppio.

Fra i neri, 12 delle 111 persone con sclerosi multipla o SM, ossia l'11%, avevano avuto la mononucleosi nel passato, rispetto a quattro su 128 persone che non avevano avuto la SM, ossia il 3%. Per quanto riguarda gli ispanici, 13 delle 173 persone con SM, ossia l'8%, avevano avuto la mononucleosi nel passato, rispetto a tre su 187 persone che non avevano la SM, ossia il 2%. Fra i bianchi, 48 delle 235 persone con SM, o il 20%, avevano avuto la mononucleosi in passato, rispetto a 30 delle 256 persone, cioè il 12%, di coloro che non avevano contratto la malattia.

Langer-Gould ha riferito: "Anche se molte persone avevano anticorpi anti-virus Epstein-Barr nel loro sangue, abbiamo trovato che in tutti e tre i gruppi le persone che hanno anche sviluppato la mononucleosi durante l'adolescenza o successivamente avevano un rischio maggiore di SM. Ciò implica che ritardare l'infezione da Epstein-Barr nell'adolescenza o nell'età adulta può essere un fattore di rischio critico per la SM." Langer-Gould ha continuato: "Studi come i nostri che comprendono partecipanti provenienti da più gruppi etnici possono essere uno strumento importante per verificare i fattori di rischio biologici, soprattutto quando la frequenza di esposizione a fattori biologici come il virus di Epstein-Barr e la mononucleosi sono diversi fra i gruppi. Dato che i risultati non erano identici in tutti i gruppi, è meno probabile un collegamento biologico."

Una possibile limitazione dello studio è che il gruppo di controllo non può rappresentare la popolazione complessiva. Il Prof. Mark Ebell dell'Università della Georgia  non è stato colpito dalla ricerca sulla mononucleosi infettiva quando ha scritto la sua prima revisione pubblicata negli anni '90. La diagnosi precoce della mononucleosi è fondamentale per accelerare il trattamento adeguato, ha dichiarato Ebell, professore di epidemiologia del Collegio della sanità pubblica. Quando i pazienti affetti da mononucleosi presentano tonsille ingrossate e ghiandole gonfie, molti medici presumono che la questione riguardi la gola strepica e prescrivono gli antibiotici, il trattamento preferito per l'infezione batterica strepica, ma completamente inutile contro il virus della mononucleosi. Una prescrizione eccessiva di antibiotici ha importanti effetti dannosi, ha spiegato. "Utilizzare gli antibiotici aumenta la resistenza dei batteri agli antibiotici", ha detto. "Spendiamo soldi, ed a volte producono effetti nocivi molto gravi come reazioni allergiche o infezioni da Clostridium difficile." Quest'ultima condizione provoca una crescita batterica eccessiva che causa una grave diarrea.

Oltre a prevenire la prescrizione di antibiotici inutili, Ebell, con questo studio, intende anche informare le persone riguardo alla prognosi e alle raccomandazioni fornite ai pazienti dopo la diagnosi. "Mi piace aiutare i medici a sfruttare al meglio le loro competenze cliniche, rispondere alle domande che mi pongono, parlare delle manovre diagnostiche che eseguono, in modo da sapere su cosa concentrarsi quando vedono un paziente. Inoltre, teniamo a concentrarci molto sulla diagnosi e sul trattamento medico, ma ritengo che l'importanza di fare una buona prognosi sia sottovalutata. I pazienti spesso chiedono: 'Quando posso sentirmi meglio, dottore?' E meritano una risposta accurata."

I pazienti affetti da mononucleosi potrebbero aspettarsi di avere sintomi persistenti causati dal virus per tre o quattro settimane, forse più a lungo, ha detto Ebell. I pazienti non dovrebbero aspettarsi di uscire e fare sport di contatto in qualunque momento, poiché il virus ingrossa la milza e mette in pericolo di frattura. Negli anni Novanta, Ebell pubblicava per la prima volta articoli sulla mononucleosi, e per questo ha affermato: "Quello da cui sono stato colpito allora è stato come la ricerca era limitata su ciò che è veramente un problema abbastanza comune, soprattutto fra gli adolescenti ed i giovani adulti. Quindi volevo rivedere questa condizione e vedere se la ricerca fosse migliorata negli ultimi vent'anni."

Per determinare se questo fosse il caso, Ebell e i suoi colleghi del dipartimento di epidemiologia e biostatistica hanno deciso di riesaminare sistematicamente gli studi che riguardavano la diagnosi clinica di mononucleosi. L'obiettivo era quello di determinare come i clinici possano meglio utilizzare la presenza di segni o sintomi della malattia e dei globuli bianchi per la diagnosi di mononucleosi. La loro revisione si è basata sugli articoli pubblicati su PubMed ed EMBASE, l'equivalente europeo di PubMed, risalenti al 2015, centrati sul periodo dal 1966 al 1947. Questi articoli sono stati ridotti a 11 studi che hanno permesso ai ricercatori di esaminare l'efficacia degli esami fisici e l'analisi dei conteggi dei globuli bianchi nel rilevare la mononucleosi nei singoli pazienti. Hanno trovato che i migliori predittori di mononucleosi sono il gonfiore dei linfonodi posteriori cervicali o ascellari, la fatica e la milza ingrossata, nonché la percentuale di globuli bianchi del paziente che sono linfociti o linfociti atipici. Avere più del 50 per cento di linfociti o il 10 per cento di linfociti atipici aumenta notevolmente la probabilità di avere la mononucleosi.

È stata una delusione scoprire che la "letteratura è ancora piuttosto scarsa" quando si tratta di analizzare la mononucleosi, ma Ebell prevede di lavorare in collaborazione con l'UGA University Health Center per esaminare l'accuratezza del test di Monospot, uno screening che analizza il sangue e la presenza di anticorpi virali, valutare i segni e i sintomi dei pazienti con mononucleosi e analizzare le prognosi individuali dei pazienti nel corso della malattia.

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