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Virus Ebola

 

Alcuni scienziati hanno identificato una serie di biomarcatori che indicano quali pazienti infetti dal virus Ebola sono maggiormente a rischio di morte per la malattia. I risultati provengono dai ricercatori del Department of Energy del Northwest Pacific National Laboratory e dai loro colleghi dell'Università del Wisconsin-Madison, la Icahn School of Medicine del Monte Sinai, l'Università di Tokyo e l'Università della Sierra Leone. I risultati sono stati pubblicati online il 16 novembre sulla rivista Cell Host & Microbe.

I risultati potrebbero consentire ai medici di dare la priorità alle scarse risorse di trattamento disponibili, per fornirle ai pazienti più malati, ha detto l'autore senior dello studio, Yoshihiro Kawaoka, professore di virologia presso la UW-Madison School of Veterinary Medicine.

L'aspetto centrale dello studio è incentrato sui campioni di sangue di pazienti di Ebola che sono stati prelevati durante l'epidemia in Sierra Leone nel 2014. Il team del Wisconsin ha ottenuto 29 campioni di sangue da 11 pazienti che alla fine sono sopravvissuti, e nove campioni di sangue da nove pazienti morti per il virus. Il team del Wisconsin ha inattivato il virus secondo i protocolli approvati, sviluppati in parte dal PNNL, e ha poi spedito i campioni al PNNL e altre istituzioni per l'analisi.

Il team ha esaminato i livelli di attività di geni e proteine nonché le quantità di lipidi e sottoprodotti del metabolismo. Il team ha individuato 11 biomarcatori che distinguono le infezioni fatali da quelle non fatali e due che, una volta esaminate per l'insorgenza precoce dei sintomi, predicono con precisione quali pazienti rischiano di morire.

Katrina Waters, leader del team PNNL e ricercatrice, ha affermato: "Il nostro team ha studiato migliaia di indizi molecolari in ciascuno di questi campioni, spulciando attraverso ampi dati sull'attività di geni, proteine e altre molecole per identificare quelli di maggiore interesse. Questa potrebbe essere l'analisi più approfondita di campioni di sangue di pazienti infettati dal virus Ebola."
Il team ha scoperto che i sopravvissuti avevano livelli più alti di alcune molecole immuno-correlate e livelli inferiori di altri composti rispetto a quelli che morivano. Le citochine plasmatiche, che sono coinvolte nell'immunità e nella risposta allo stress, erano più alte nel sangue delle persone che morivano. I casi fatali avevano risposte metaboliche uniche rispetto ai sopravvissuti, livelli più alti di virus, cambiamenti nei lipidi plasmatici coinvolti in processi come la coagulazione del sangue e un'attivazione più pronunciata di alcuni tipi di cellule immunitarie.

Gli enzimi pancreatici sono anche trapelati nel sangue di pazienti deceduti, suggerendo che il danno prodotto da questi enzimi contribuisce al danno tissutale caratteristico della malattia del virus Ebola. Gli scienziati hanno scoperto che i livelli di due biomarcatori, noti come L-treonina, un aminoacido, e la proteina legante la vitamina D, possono far prevedere con precisione quali pazienti vivono e quali muoiono. Entrambi erano presenti ai livelli più bassi al momento del ricovero nei pazienti che alla fine sono morti.

Il team ha scoperto che molti dei segnali molecolari presenti nel sangue di pazienti malati e infetti si sovrappongono alla sepsi, una condizione in cui il corpo, in risposta all'infezione da batteri o altri agenti patogeni, innesca una reazione infiammatoria dannosa, avvelenando il sangue. Quindici scienziati del PNNL hanno contribuito allo studio, fra cui Waters, Thomas Metz e Richard D. Smith, nonché Jason P. Wendler, Jennifer E. Kyle e Kristin E. Burnum-Johnson.

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