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Pompa Protonica

 

Normalmente utilizzati per il trattamento del reflusso acido e delle ulcere dello stomaco, i farmaci inibitori della pompa protonica o PPI sono stati studiati in merito alla probabilità che queste sostanze aumentanino anche il rischio di demenza e di Alzheimer. Un recente studio ha inteso approfondire ulteriormente questo rischio associato, e se l'uso dei farmaci PPI possa in realtà portare ad una lieve compromissione cognitiva o MCI, che è la fase intermedia fra il normale declino della funzione cerebrale con l'invecchiamento e il più grave declino dovuto alla demenza.

Una classe di farmaci prescritti per il trattamento del bruciore di stomaco, del reflusso acido e delle ulcere dello stomaco, gli inibitori della pompa protonica o PPI, è assunta da milioni di persone in tutto il mondo, e questo ha portato ad una diffusa preoccupazione per la loro sicurezza. Il loro utilizzo negli individui di età media e anziana, nei soli Stati Uniti, è aumentato significativamente dal 4,9% nel 1999 all'8,3% nel 2012 nelle persone di età compresa fra i 40 e i 64 anni. Due studi hanno recentemente segnalato che l'uso di PPI era legato ad un aumento d'incidenza di demenza e malattia di Alzheimer nei pazienti di 75 anni o più.

Il Dott. Goldstein ed i suoi colleghi dell'Università Emory hanno pubblicato quest'anno un'inchiesta clinica sul Journal of American Geriatrics Society, in cui hanno cercato di esaminare il potenziale rischio associato all'utilizzo di PPI valutando la conversione della cognizione normale, da basale ad una lieve compromissione cognitiva MCI o demenza.
Lo studio clinico osservazionale e longitudinale ha riguardato 10.486 partecipanti di età compresa fra i 50 e i 40 anni, con visite annuali ai centri di malattia di Alzheimer (finanziato dall'Istituto Nazionale per l'Invecchiamento). Di questi 10.486 individui, 774 ha riferito di prendere PPI in ogni visita, 1.925 li ha presi in modo intermittente e 7.677 hanno riferito di non prendere mai PPI. Tutti i partecipanti avevano una conoscenza normale o MCI.

È interessante notare che i risultati hanno dimostrato che, nonostante l'uso continuo di PPI, è stato segnalato un minore rischio di declino della funzione cognitiva, con un minore rischio di conversione in demenza. Gli utenti con MCI e morbo di Alzheimer che assumevano PPI avevano un tasso di sopravvivenza più elevato. Gli individui che non avevano la demenza "basale" e stavano prendendo PPI sia a intermittenza sia in continuazione avevano un rischio più basso di declino cognitivo rispetto a quelli che non stavano prendendo PPI. Quindi, a quanto pare, non è stata dimostrata una correlazione diretta fra l'assunzione di PPI e la demenza.

Una limitazione dello studio è la mancanza di dati di dispensazione disponibili, che è anche una limitazione degli altri recenti studi. Un'altra ricerca ha esaminato la fiducia nei pazienti per l'uso autonomo di PPI. L'auto-segnalazione potrebbe aver causato la classificazione errata a causa dei partecipanti che dimenticano di prendere il loro farmaco, in particolare quelli con MCI.

Sulla base dei risultati di questo studio, le evidenze contrastanti suggeriscono che i PPI non sono legati ad un aumento del rischio di MCI, demenza o Alzheimer, nonostante il fatto che i meccanismi proposti suggeriscano altrimenti. Ad esempio, è stato ipotizzato che i PPI siano legati a livelli di proteina beta amiloide superiori, un carattere patologico chiave del morbo di Alzheimer. Tuttavia, sono necessari studi futuri per confermare questi risultati e le successive scoperte possono essere importanti per aiutare a guidare le raccomandazioni future per il trattamento clinico con PPI.

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