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Immunoterapia

 

Il nostro sistema immunitario naturale può curare il cancro? Questa logica sembra quasi troppo semplice per essere vera, ma costituisce la base della terapia immunoterapica, un campo emergente per il trattamento del cancro. In effetti è noto che alcuni tipi di cellule del sistema immunitario aggrediscono e distruggono le cellule tumorali o "mutate", ma evidentemente questo tipo di difesa, a volte, non è sufficiente. Inoltre, già prima che possa svilupparsi una qualche forma di tumore, esistono diversi meccanismi cellulari di riparazione del DNA danneggiato o mutato. Tuttavia, anche in questo caso, se l'instabilità genetica aumenta, il processo di mutazione e riproduzione cellulare incontrollata può portare al cancro. André Veilette, ricercatore presso l'Istituto di ricerche cliniche di Montréal (IRCM) e professore presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Montréal, ha pubblicato un articolo su Nature riguardante questo campo in rapida evoluzione. Il Dott. Veilette ed il suo team hanno scoperto la causa per cui l'immunoterapia funziona su alcuni pazienti e non su altri; in tutto ciò, la molecola SLAMF7 svolge un ruolo predominante.

Il nostro sistema immunitario dispone di un esercito di cellule, fra cui macrofagi, linfociti T e cellule killer naturali, che distruggono i microbi ed altri invasori, spesso anche alcune cellule tumorali. Tuttavia, molte di queste cellule tumorali riescono ad ingannare questi soldati coraggiosi, utilizzando una serie di stratagemmi. L'immunoterapia funziona se riesce ad abbattere questi stratagemmi, fornendo numerosi vantaggi significativi. A differenza di terapie più invasive come la chemioterapia e la radioterapia, essa prende di mira le cellule tumorali e risparmia quelle sane.

Tuttavia, l'immunoterapia non ha sempre successo. Un numero considerevole di pazienti non risponde bene a questo tipo di trattamento. Inoltre, l'immunoterapia può avere effetti collaterali importanti, per via del fatto che il sistema immunitario è iperattivato. In questi casi, può essere meglio trattare i pazienti con metodi tradizionali come le suddette chemioterapia e radioterapia fin dall'inizio.

Il gruppo di ricerca del Dott. Veilette ha voluto capire perché l'immunoterapia è efficace solo in alcuni casi. I ricercatori sono particolarmente interessati ad un potenziale trattamento che coinvolge la proteina CD47, già riconosciuta come meccanismo di evasione. Il Dott. Jun Chen, un altro dei principali autori dello studio, ha spiegato: "La proteina CD47 agisce come un camaleonte." Il Dott. Veilette ha precisato: "Si trova sulla superficie delle cellule tumorali e le fa apparire in buona salute; in pratica dice al sistema immunitario di non distruggerle, il che lascia la porta aperta alla crescita tumorale ed alle metastasi."
Alti livelli di proteina CD47 sono stati trovati in una varietà di tumori, inclusi quelli del sangue. Inutile dire che le proteine che impediscono alla CD47 di legarsi alle cellule immunitarie, ossia gli inibitori della proteina CD47, sono state ampiamente studiate come potenziali nuovi trattamenti anti-cancro. Tuttavia, il team IRCM ha identificato un'altra componente molto importante di questo meccanismo: un'altra molecola, la SLAMF7, deve essere presente sulle cellule tumorali affinché le cellule immunitarie le possano distruggere. Quindi, le persone i cui tumori non hanno le molecole SLAMF7 non traggono benefici dalla somministrazione di inibitori del CD47, e questo potrebbe essere controproducente.

La scoperta del gruppo del Dott. Veilette potrebbe essere la chiave per prevedere quali pazienti rispondono agli inibitori del CD47. Determinare se la molecola SLAMF7 è presente nel cancro di un paziente, potrebbe aiutare a stabilire fin dall'inizio se gli inibitori della CD47 sono una buona scelta di trattamento. Dopo aver analizzato i pazienti da questo punto di vista, quelli incompatibili potrebbero essere rapidamente reindirizzati ad un trattamento alternativo con una maggiore probabilità di successo. Questa viene chiamata "medicina di precisione".

Le persone che lavorano nel laboratorio IRCM sperano che questa scoperta contribuisca anche al successo dei prossimi studi clinici sugli inibitori della proteina CD47. Il Dott. Veilette ha affermato: "Attualmente ci sono più potenziali nuovi trattamenti rispetto ai pazienti disponibili per testarli negli studi clinici. Per approfittare del pieno potenziale dei trattamenti emergenti come l'immunoterapia, non dovremmo usare queste cure come trattamenti universali, dal momento che alcuni molto utili potrebbero essere trascurati, impedendo così i nostri progressi nella lotta contro il cancro." Una delle maggiori sfide che si ha in oncologia, infatti, è rappresentata dai molteplici approcci per i molteplici casi. Normalmente, in medicina, ad una malattia corrisponde una cura od un insieme di trattamenti che solitamente vanno bene per tutte le persone. Purtroppo, nel caso dei tumori, a volte le cure dovrebbero essere prescritte "ad personam", e questo non è sempre facile, sia per motivi clinici e tecnici, sia per motivi economici. Tuttavia, da tutto ciò possono emergere degli utili spunti di riflessione. Ad esempio, dal momento che il cancro o tumore è costituito da cellule "mutate" e "mutanti", che pare abbiano una sorta di "intelligenza" nell'eludere le difese naturali dell'organismo o addirittura quelle artificiali, appare chiaro che il combattimento non può risolversi in fretta e con una rapida strategia. Certamente, metodi di "forza bruta" come la chemioterapia e la radioterapia hanno spesso un discreto successo, ma l'aspetto strano di tutto ciò è che in medicina, come si è detto, ad una malattia corrisponde una cura, e questo pare che accada sempre più raramente nel caso delle patologie oncologie o neoplastiche, che dir si voglia.

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