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Ospedale San Giovanni Bosco

 

L'Ospedale San Giovanni Bosco si trova a Torino in Piazza del Donatore di Sangue 3 (zona "Barriera di Milano" - Torino Nord). È il più grande ospedale di questa parte a nord della città (Circoscrizioni 5, 6 e 7), edificato in seguito ad un progetto approvato dal Consiglio Comunale nel 1955. All'inizio, infatti, s'intendeva ristrutturare l'Ospedale Astanteria Martini di via Cigna (zona piazza Borgo Dora), per cui il nome completo di questo comprensorio ospedaliero doveva essere "Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista e della Città di Torino Astanteria Martini". Tuttavia si decise poi di edificare un nuovo nosocomio, nei pressi di via Bologna. Il numero di telefono del centralino è 0112401111 oppure 0112402210 e quello dell'URP è 0112402415. Il Direttore Sanitario è il Dott. Nicola Giorgione. L'Ospedale San Giovanni Bosco (nome che deriva da quello del grande "Santo sociale" torinese) come l'Ospedale Maria Vittoria, è uno dei cinque Ospedali Generali per l'area metropolitana torinese.

L'Ospedale San Giovanni Bosco comprende l'Area di Coordinamento Chirurgico, l'Area di Coordinamento DEA, l'Area di Coordinamento Medico, la Struttura Complessa di Anatomia Patologica, la Struttura Complessa Laboratorio Analisi, la Struttura Complessa di Radiologia, la Struttura Semplice del Coordinamento e verifica della qualità delle Cartelle Cliniche, la Struttura Semplice Gestione Amministrativa, la Struttura Semplice Rischio Clinico, la Struttura Semplice del Nucleo Operativo per la continuità di cura, l'Angiologia, l'Assistenza Sociale, l'Assistenza Spirituale, le Camere Mortuarie, la Cardiologia Vascolare, la Geriatria, l'Immunologia e Malattie Rare, l'Endocrinologia, la Diabetologia, la Pediatria, la Psichiatria.

Il reparto di Ortopedia e Traumatologia dell'Ospedale San Giovanni Bosco fornisce prestazioni di chirurgia protesica della spalla, del gomito, dell'anca e del ginocchio, nonché di chirurgia della mano e del polso, chirurgia artroscopica della spalla e del ginocchio. Vengono svolte anche attività di chirurgia della caviglia e del piede ed attività di Pronto Soccorso. Il reparto di Emodinamica afferisce alla Struttura Complessa di Cardiologia, e studia il movimento del sangue nei vasi arteriosi e venosi, utilizzando metodologie diagnostiche invasive come la coronarografia, e non invasive come l'ecocardiografia color doppler.
Il reparto di chirurgia maxillo facciale afferisce alla Struttura Complessa di Otorinolaringoiatria, e si occupa in particolare di traumi, tumori, malformazioni ed infezioni, nonché di patologie orali, odontogene e delle ghiandole salivari. Il reparto di Cardiologia si occupa dello studio, diagnosi e cura delle malattie cardiovascolari acquisite o congenite, nonché di prevenzione e riabilitazione; svolge inoltre attività di tipo ambulatoriale: ECG, Ecocardiografia, visite specialistiche, cateterismo cardiaco, Monitoraggio Holter 24 ore, angioplastica. Il reparto di Chirurgia Generale tratta principalmente gli organi della cavità addominale, come per esempio quelli dell'apparato digerente, nonché problematiche della tiroide. Il reparto di Neurochirurgia si trova al terzo piano e tratta principalmente problematiche riguardanti malattie cerebrali, del midollo spinale e dei nervi in generale.

 

Ospedale San Giovanni Bosco Emergenza

 

Il reparto di Urologia opera in regime di ricovero classico, ricovero Day Hospital ed ambulatoriale. Si può contattare al numero 0112402279. Il reparto di Nefrologia e dialisi è suddiviso in tre unità operative: il reparto di degenza, la dialisi e l'ambulatorio con Day Hospital; il reparto di degenza nefrologica si trova al sesto piano, il centro dialisi è al quarto piano dell'ala tecnologica e l'ambulatorio con Day Hospital è utilizzato da pazienti affetti da nefropatia cronica o portatori di trapianto renale funzionante. Il reparto di Otorinolaringoiatria è un centro di riferimento in Piemonte per il trattamento delle Urgenze Otorinolaringoiatriche e Maxillo Facciali; afferiscono ad esso i seguenti ambulatori: ambulatorio acufeni, ambulatorio ORL e Centro Antifumo CCT. Il reparto di Neurologia si trova al terzo piano; il reparto di Geriatria è situato al secondo piano; il reparto di Medicina Generale è al sesto piano e la Medicina B è all'ottavo piano. Altri reparti dell'Ospedale San Giovanni Bosco sono la Radiologia, la Psichiatria, l'Oncologia, la Chirurgia Plastica, la Pneumologia, la Pediatria, l'Endocrinologia, la Gastroenterologia, l'Angiologia e l'Immunopatologia e Malattie Rare.

Il reparto d'Immunopatologia e Malattie Rare si trova al settimo piano, e si occupa di malattie immunologiche, rare e trombotiche di vario tipo, collaborando attivamente con tutte le strutture del Dipartimento per le malattie rare: Ematologia, Medicina Trasfusionale e Immunologia Clinica. L'ASL Città di Torino e la Regione Piemonte hanno il compito di censire e sostenere i soggetti e le famiglie che hanno problemi riguardanti le malattie rare, secondo quanto stabilisce la normativa nazionale, la cui espressione principale è il Decreto Ministeriale N. 279 del maggio 2001, che determina il "Regolamento di istituzione della Rete Nazionale delle Malattie Rare e di esenzione dalla partecipazione al costo delle relative prestazioni sanitarie."

Giorno Malattie Rare 2016

 

In Europa, una malattia o un disturbo sono definiti "rari" quando colpiscono meno di una persona su 2000. Negli Stati Uniti, una malattia o un disturbo sono definiti "rari" quando in un dato momento, colpiscono meno di uno su 200.000 americani. Nell'Unione Europea, in base alla prima definizione, circa 30 milioni di persone potrebbero essere affette da una delle oltre 6000 malattie rare esistenti. L'80% delle malattie rare ha origini genetiche, mentre altre sono causate da infezioni (batteriche o virali), allergie e cause ambientali, oppure sono degenerative o proliferative. Il 50% delle malattie rare colpisce i bambini.
Le oltre 6000 malattie rare sono caratterizzate da eterogeneità di sintomi ed effetti che variano non solo da una malattia all'altra, ma anche da paziente a paziente. Alcuni sintomi comuni possono nascondere delle malattie rare, e questo può portare ad una diagnosi errata e ritardare il trattamento. Sovente la qualità della vita dei pazienti è influenzata dalla carenza o perdita di autonomia per quanto riguarda le malattie rare croniche, progressive e degenerative, e spesso alcuni aspetti di queste malattie possono mettere in pericolo la vita. Inoltre, dal momento che spesso non esistono cure efficaci già esistenti, aumenta il livello di dolore e delle sofferenze patite dai pazienti e dalle loro famiglie.

La carenza di conoscenze scientifiche e di informazioni di qualità sulle malattie rare si traduce spesso in un ritardo della diagnosi. Anche la necessità di un'assistenza sanitaria di adeguata qualità genera disuguaglianze e difficoltà di accesso alle cure. Questo si traduce spesso in oneri sociali e finanziari pesanti sui pazienti. Anche se le persone affette da malattie rare e le loro famiglie devono affrontare molte sfide, negli ultimi tempi sono stati fatti enormi progressi. La realizzazione di un migliore approccio globale alle malattie rare, tuttora in corso, ha portato allo sviluppo di adeguate politiche di sanità pubblica. Importanti traguardi continuano ad essere raggiunti con l'aumento della cooperazione internazionale nel campo della ricerca clinica e scientifica, nonché per quanto riguarda la condivisione delle conoscenze scientifiche su tutte le malattie rare, e non solo su quelle più "ricorrenti". Questi progressi hanno portato allo sviluppo di nuove procedure diagnostiche e terapeutiche. Tuttavia, la strada da percorrere è lunga, e devono ancora essere fatti molti progressi.

 

Endoscopia Digestiva

 

Dal mese di gennaio del 2016, all'Ospedale San Giovanni Bosco è operativo il servizio di Endoscopia Digestiva. L'ambulatorio è situato nei nuovi locali del primo piano ed è dotato di apparecchiature diagnostiche di ultima generazione, acquistate anche grazie al contributo della Compagnia di San Paolo. L'acquisizione di nuove apparecchiature per il servizio di Endoscopia Digestiva fa parte di una serie d'importanti operazioni, finanziate con risorse statali e regionali, per un importo complessivo di circa 12.780.000 euro. Questo denaro è stato utilizzato anche per la costruzione della nuova Sala Conferenze intitolata a Carlo Ravetti, primario di Neurologia tragicamente scomparso nell'estate del 2013.

 

 

L'Ospedale San Giovanni Bosco è anche il primo ospedale torinese in cui funziona un servizio di recupero di pasti caldi per le persone bisognose. Quest'attività è stata chiamata operazione "Il Buon Samaritano", e vede in campo l'Ospedale San Giovanni Bosco, la ditta di ristorazione Compass Group e la Fondazione Banco Alimentare onlus. In pratica, si tratta del recupero dei pasti non distribuiti ai pazienti, ossia cibo cotto e fresco che viene donato ai numerosi enti caritativi che hanno in funzione delle mense per le persone bisognose. Questi pasti sono perfettamente regolari dal punto di vista igienico-sanitario, nutrizionale ed organolettico, prodotti nelle 24 ore precedenti il loro consumo, i quali vengono tenuti ad una temperatura compresa fra 0 e 4 gradi centigradi fino alla loro distribuzione, che avviene per mezzo di furgoni refrigerati. Le comunità che usufruiscono di questo servizio sono il Gruppo Abele e la Mensa del Santuaro di Sant'Antonio da Padova.

 

Ossigenazione Extracorporea

 

Verso la fine del 2015, all'Ospedale San Giovanni Bosco, è stato eseguito un intervento chirurgico su una paziente di 50 anni affetta da un tumore maligno del sangue, che aveva sviluppato una grave complicanza respiratoria per via del linfoma di Hodgkin. L'aspetto notevole di questa operazione è che, per tre ore, la donna ha usufruito della Ossigenazione Extracorporea a Membrana (ECMO). Questo tipo di ossigenazione, noto anche come Supporto Vitale Extracorporeo (ECLS), permette di dare un supporto vitale sia cardiaco sia respiratorio, in pratica sostituendo artificialmente il cuore ed i polmoni. La ECMO funziona aspirando il sangue del paziente e, per mezzo di un'apparecchiatura a membrana, rimuovendo l'anidride carbonica e ossigenando i globuli rossi.

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Persona Anziana E Operatore Sanitario

 

Per il 20 maggio 2017 è previsto il convegno "Nuove frontiere nel trattamento del paziente fragile" presso l'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino. Le tematiche previste sono quelle inerenti i cosiddetti "pazienti fragili", per l'appunto, ossia quelle persone di età superiore ai 65 anni affette da molteplici patologie. Questi pazienti, a volte, non ricevono un adeguato trattamento medico e farmacologico adatto alle loro particolari condizioni. In particolare, si tratta di discutere circa le più diffuse patologie cardiovascolari, tipiche dell'età avanzata e non solo; nonché di parlare dei trattamenti di tipo aggressivo e dell'ottimizzazione delle cure farmacologiche. Questo perché le persone anziane, soprattutto in caso di coesistenza di più malattie, possono essere affette da una diminuita funzionalità epatica e renale e, nel caso dei suddetti disturbi del sistema circolatorio, possono esserci dei rischi di sottodosaggio o sovradosaggio dei farmaci, in particolare delle sostanze medicinali impiegate per fluidificare il sangue ed impedire in questo modo la formazione di trombi e coaguli. Le complicanze più diffuse che possono indurre tali farmaci, utili per prevenire danni cardiovascolari e cerebrali, riguardano soprattutto eventuali sanguinamenti o emorragie. Il personale sanitario, ed in particolare i medici, sono tenuti a considerare molto attentamente l'età e le condizioni complessive dei loro pazienti, non solo i geriatri, ma anche i medici di base e gli specialisti; in questo caso, specificamente, i cardiologi ed i neurologi.

I medici che esercitano la loro professione in questa epoca si trovano di fronte ad una popolazione sempre più anziana e, spesso, con più di una patologia. La conoscenza dei principi riguardanti il "paziente fragile" e della loro applicazione in diverse condizioni mediche può aiutare il medico a dare raccomandazioni e ad ottimizzare sia gli obiettivi specifici per un paziente sia le pratiche tradizionali. Spesso i pazienti fragili vanno incontro a disturbi di tipo cardiovascolare, e la fragilità è definibile come uno stato di suscettibilità in cui una persona ha una ridotta riserva fisica, che porta ad una maggiore probabilità di andare incontro a condizioni avverse in caso di stress di vario tipo. Il concetto di fragilità si può descrivere come un basso livello complessivo di attività fisica, perdita involontaria di peso, camminata lenta, vale a dire delle condizioni mediche di "comorbilità", ossia di presenza di più patologie allo stesso tempo. Questa definizione comprende una varietà di fattori, come la perdita di indipendenza per le attività della vita quotidiana, bassi livelli di albumina e disfunzioni cognitive.

La base fisiopatologica della fragilità coinvolge una combinazione di cambiamenti biologici associati all'invecchiamento e "all'usura" a lungo termine del corpo, che porta a disfunzioni organiche di tipo subclinico. La presenza di un fattore stressante, come una malattia, può rendere "cliniche" queste condizioni "subcliniche", a volte con gravi conseguenze. La presenza di fragilità negli adulti di età maggiore ai 65 anni è stimata in circa il 10% degli individui. Tuttavia, in pazienti affetti da disturbi cardiovascolari, la prevalenza può arrivare al 60%.

Il "fenotipo fragile" è ancora più pervasivo nei pazienti con malattie cardiache valvolari, in particolare quando è presente una stenosi aortica calcifica, soprattutto nei pazienti di età superiore ai 70 anni. Nei pazienti con impianto di valvola aortica con stenosi aortica calcifica, la prevalenza della fragilità sale all'86%. Alcuni studi hanno dimostrato che le persone fragili e anziane hanno una maggiore prevalenza di malattie coronariche ed una maggiore portata di malattia angiografica, inclusa la malattia principale sinistra, il che fa aumentare il tasso di mortalità rispetto ai pazienti che non hanno queste patologie. Inoltre, è stato dimostrato che una mobilità compromessa è significativamente associata ad un aumento di rischio di morte per malattie delle arterie coronarie.

La fragilità è stata anche associata a eventi cardiaci avversi maggiori, dopo infarto miocardico. Anche per quanto riguarda le malattie coronariche, la fragilità è stata associata ad un aumento del tasso d'insufficienza cardiaca nella popolazione più anziana. La presenza di fragilità e di scompensi cardiaci comporta una maggiore mortalità e di frequenza di ospedalizzazione. I meccanismi di base che sottendono questi rischi possono essere dovuti, almeno in parte, ad una maggiore incidenza di lesioni del miocardio in risposta a fattori stressanti nel tempo, il che porta a lesioni cardiache permanenti, alla fibrosi e ad una più frequente decompensazione clinica. Ad esempio, eventi come l'ischemia hanno in questi casi conseguenze più gravi.

Un recente studio di Sergi e colleghi ha esaminato il concetto di "pre-fragilità" come fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari. L'impatto che ha la fragilità sui risultati clinici avversi è stato ripetutamente ripreso attraverso lo spettro delle malattie cardiovascolari. La fragilità è stata correlata all'aumento di morbilità e di mortalità, nonché alla diminuzione delle condizioni funzionali in pazienti sottoposti a procedure cardiache e non cardiache. Tuttavia, la qualità dei dati disponibili sulla fragilità è limitata, a causa della quantità relativamente piccola dei pazienti che sono stati osservati sotto questi aspetti e della mancanza di prove randomizzate. Inoltre, esistono dati discordanti ottenuti da strumenti alternativi per la valutazione della fragilità. Rimane quindi aperto un significativo dibattito riguardo a ai metri di misura che sono più clinicamente predittivi.

La valutazione dei rischi e la capacità di effettuare delle prognosi rappresentano una sfida significativa, quando si affrontano decisioni complesse in materia di trattamento cardiovascolare, nonché del potenziale utilizzo di procedure invasive nei pazienti anziani. L'attenzione alla fragilità dei pazienti è diventata uno strumento clinico prezioso, anche per effettuare eventuali correlazioni ad un maggior rischio d'infarto miocardico. L'applicazione dei dati attualmente disponibili e dei risultati delle sperimentazioni cliniche consentiranno di raffinare ulteriormente gli strumenti di valutazione della fragilità, per facilitare i processi decisionali condivisi fra i pazienti in età avanzata ed i loro medici.

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Cuore E Vasi Sanguigni

 

È possibile che un processo di riparazione cardiovascolare appena scoperto sia in grado d'invertire l'insufficienza cardiaca. Alcuni scienziati ritengono di aver scoperto un modo per invertire l'insufficienza cardiaca inducendo il muscolo cardiaco a rigenerarsi. Hanno trovato che silenziando un percorso di segnalazione, in topi che avevano sviluppato insufficienza cardiaca in seguito ad un attacco di cuore, si attivava un processo di autorecessione precedentemente non riconosciuto. In un articolo pubblicato recentemente sulla rivista Nature, i ricercatori, guidati da una squadra del Baylor College of Medicine di Houston, hanno riportato i loro risultati riguardanti questa particolare via di segnalazione, chiamata "Hippo".

L'insufficienza cardiaca è una condizione grave che colpisce molte persone nel mondo, ed è una delle principali cause di morte. Si sviluppa quando il cuore non può pompare abbastanza sangue per soddisfare le esigenze del corpo. "Insufficienza cardiaca" non significa che il cuore ha smesso di pompare, ma significa che agli organi vitali non arrivano l'ossigeno e le sostanze nutritive necessarie per funzionare correttamente. Circa la metà dei pazienti con insufficienza cardiaca non vive più di 5 anni dopo la diagnosi.

Il Dott. James F. Martin, uno degli autori della ricerca, professore specializzato in medicina rigenerativa presso il Baylor College of Medicine e direttore del Cardiomyocyte Renewal Lab presso il Texas Heart Institute, ha affermato: "L'insufficienza cardiaca rimane la causa principale di mortalità causata da malattie cardiache." Al momento, il miglior trattamento per l'insufficienza cardiaca è un trapianto di cuore. Tuttavia, il numero di pazienti con insufficienza cardiaca supera di molto il numero di cuori disponibili per il trapianto. Avere un dispositivo assistito ventricolare impiantato è anche un'opzione, ma è molto meno favorevole.

Una delle cose curiose del muscolo cardiaco è che non si rigenera quando una parte di esso muore dopo una carenza di ossigeno, ad esempio in seguito ad un attacco di cuore. Invece di generare nuove cellule muscolari battenti, o cardiomiociti, il cuore sostituisce il tessuto morto con tessuto cicatriziale formato da cellule fibroblastiche. A differenza dei cardiomiociti, i fibroblasti non hanno alcuna capacità di pompaggio, quindi il cuore diventa gradualmente più debole, con il risultato che la maggior parte dei pazienti con attacco cardiaco grave sviluppa anche insufficienza cardiaca.

Il Prof. Martin ha affermato che lui e il suo team di laboratorio stanno studiando percorsi biologici attivi durante lo sviluppo e la rigenerazione del cuore, al fine di trovare dei modi per guarire il muscolo cardiaco. I percorsi biologici sono delle serie di eventi molecolari o biochimici all'interno delle cellule, i quali portano a cambiamenti nelle cellule stesse o provocano degli effetti a distanza. Ad esempio, possono accendere e spegnere i geni e possono attivare le cellule per produrre grassi, proteine, ormoni e altre molecole. Possono anche trasportare segnali e far sì che le cellule possano muoversi.

Il Prof. Martin ha osservato: "In questa ricerca abbiamo studiato il percorso dell'Hippo, che è conosciuto dagli studi precedenti del mio laboratorio per prevenire la proliferazione e la rigenerazione delle cellule muscolari adulte." Nel suo studio, lui e i suoi colleghi spiegano che il percorso dell'Hippo è "una cascata di chinasi che impedisce la proliferazione e la rigenerazione dei cardiomiociti adulti", ed è più attivo nei pazienti con insufficienza cardiaca.

John Leach, uno studente di fisiologia molecolare e biofisica del gruppo del Prof. Martin, ha spiegato: "Questo ci ha portato a pensare che se potessimo spegnere l'Hippo, allora potremmo essere in grado di indurre un miglioramento della funzione cardiaca." Quindi, la squadra ha silenziato il percorso dell'Hippo in un modello di topi che imita il tipo di insufficienza cardiaca avanzata che si verifica negli esseri umani dopo un attacco di cuore. Poi i ricercatori hanno confrontato i risultati con quelli ottenuti da un gruppo di topi sani o gruppo di controllo. "Dopo sei settimane abbiamo osservato che i cuori feriti avevano recuperato la loro funzione di pompaggio a livello di controllo, come dei cuori sani", ha riferito Leach.

I ricercatori ritengono che il silenziamento dell'Hippo non solo rinnova le cellule muscolari del cuore, come evidenziato ampiamente dal loro studio, ma cambia anche il processo di fibrosi, cioè di produzione delle cicatrici. Esortano ad effettuare ulteriori ricerche per studiare gli effetti sulla fibrosi. "I nostri risultati indicano che il cuore affetto da insufficienza cardiaca ha una capacità di riparazione precedentemente non riconosciuta, che coinvolge la rigenerazione dei cardiomiociti."

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Pancreas E Duodeno

 

Una particolare operazione chirurgica, denominata duodenocefalopancreatectomia o "procedura di Whipple", è stata effettuata presso l'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino nel mese di giugno del 2016. Il paziente era una donna di ottant'anni di età e l'intervento è perfettamente riuscito. La duodenocefalopancreatectomia o procedura Whipple o "procedura Kausch-Whipple" è una importante operazione chirurgica che comporta la rimozione della testa del pancreas, del duodeno, dello jejunum prossimale, della colecisti e di parte dello stomaco, anche se non sempre c'è quest'ultima fase.  Questa operazione viene spesso eseguita per rimuovere tumori cancerogeni o pre-cancerosi della testa del pancreas o di una delle strutture correlate, fra cui l'Ampulla di Vater, il duodeno o il canale biliare. Meno comunemente, può essere usata per la gestione del trauma pancreatico o duodenale, oppure della pancreatite cronica. La tecnica più comune che si utilizza per eseguire una duodenocefalopancreatectomia consiste nella rimozione del blocco del segmento distale o antrumo dello stomaco, della prima e seconda porzione del duodeno, della testa del pancreas, del canale biliare comune e della cistifellea.

Il concetto di base dietro la duodenocefalopancreatectomia è che la testa del pancreas e del duodeno condividono la stessa alimentazione arteriosa (l'arteria gastroduodenale). Queste arterie attraversano la testa del pancreas, in modo che entrambi gli organi debbano essere rimossi se la singola alimentazione di sangue viene interrotta. Se solo la testa del pancreas fosse rimossa, comprometterebbe il flusso di sangue al duodeno, causando necrosi tissutale.

La procedura Whipple praticata oggi è molto simile alla procedura originale di Whipple. Consiste nella rimozione della metà distale dello stomaco (antrectomia), della cistifellea cistica (colecistectomia), del canale biliare comune (coledochectomia), della testa del pancreas, del duodeno, dello jejunum prossimale e dei linfonodi regionali. La ricostruzione consiste nel collegare il pancreas al jejunum (pancreaticojejunostomia), attaccando il condotto biliare comune al jejunum (coledocojejunostomia) per permettere che i succhi digestivi e la bile possano scorrere nel tratto gastrointestinale e collegare lo stomaco al jejunum (gastrojejunostomia) per consentire il passaggio del cibo. Whipple originariamente ha usato la sequenza: canale biliare, pancreas e stomaco, mentre attualmente il metodo popolare di ricostruzione è il pancreas, il canale biliare e lo stomaco, noto anche come "funzionamento di Child".

Originariamente eseguita in un processo a due fasi, Whipple ha raffinato la sua tecnica nel 1940 in un'operazione a un passo. Utilizzando moderne tecniche operative, la mortalità da una procedura Whipple è di circa il 5% negli Stati Uniti (meno del 2% nei centri universitari ad alto volume di passaggi). Studi clinici non sono riusciti a dimostrare benefici significativi di sopravvivenza della pancreatectomia totale, soprattutto perché i pazienti che si sottopongono a questa operazione tendono a sviluppare una forma particolarmente grave di diabete mellito chiamato diabete fragile. A volte la pancreaticoiejostostomia non può essere mantenuta correttamente dopo il completamento dell'operazione e l'infezione può diffondersi all'interno del paziente. Questo potrebbe portare ad un'altra operazione poco dopo, in cui il resto del pancreas (e talvolta la milza) vengono rimossi per prevenire un'ulteriore diffusione dell'infezione e un'eventuale morbilità.

Negli ultimi anni la pancreaticoduodenectomia, conosciuta anche come Traverso-Longmire procedure / PPPD), che conserva il piloro, sta guadagnando popolarità, soprattutto fra i chirurghi europei. Il principale vantaggio di questa tecnica è che il piloro e quindi il normale svuotamento gastrico sono conservati. Una recente meta-analisi ha incluso 27 studi con un totale di 2.599 pazienti. I risultati hanno mostrato che la rimozione del piloro con la pancreaticoduodenectomia non implica in modo significativo lo svuotamento gastrico ritardato. Tuttavia, rimangono alcuni dubbi sul fatto che sia un'operazione adeguata da un punto di vista oncologico. In pratica, essa mostra una sopravvivenza a lungo termine simile a quella di Whipple (pancreaticododenectomia + emigastrectomia), ma i pazienti beneficiano di un miglior recupero del peso dopo un PPPD, quindi questo dovrebbe essere eseguito quando il tumore non coinvolge lo stomaco e i linfonodi lungo il le curvature gastriche non vengono allargate.

Un altro punto controverso è che i pazienti possano beneficiare di una linfadenectomia retroperitoneale. Rispetto alla procedura standard di Whipple, la tecnica del pancreaticoduodenectomia che protegge il piloro è associata a tempi di funzionamento più brevi e meno perdita di sangue intraoperatoria, che richiedono una minore trasfusione di sangue. Le complicanze postoperatorie, la mortalità ospedaliera e la sopravvivenza non differiscono fra i due metodi.

La pancreaticaododenectomia è considerata, da qualsiasi norma, una delle principali procedure chirurgiche. Molti studi hanno dimostrato che gli ospedali in cui una determinata operazione viene eseguita più spesso hanno risultati complessivi migliori (soprattutto nel caso di procedure più complesse, come la pancreaticaododenectomia). Uno studio spesso citato pubblicato sul Journal of Medicine del New England ha calcolato che i tassi di mortalità operativa sono quattro volte più elevati (16,3 vs 3,8%) a bassi volumi di operazioni (media di meno di una pancreaticaododenectomia all'anno) negli ospedali rispetto a quelli ad alto volume di operazioni (16 o più per anno) in ospedale. Anche negli ospedali ad alto volume, la morbilità è stata trovata variabile da un fattore di quasi quattro a seconda del numero di volte in cui il chirurgo ha precedentemente eseguito la procedura. Uno studio ha riportato che il rischio effettivo è di 2,4 volte superiore al rischio riportato nella letteratura medica, con una variazione ulteriore per tipo di istituzione.

Questa procedura è stata descritta in origine da Alessandro Codivilla, un chirurgo italiano, nel 1898. La prima resezione per un cancro periampulare è stata eseguita dal chirurgo tedesco Walther Kausch nel 1909 e descritta da lui nel 1912. È spesso chiamata procedura di Whipple, da quando il chirurgo americano Allen Whipple, nel 1935, inventò una versione migliorata dell'intervento, trovando in seguito molteplici affinamenti per la sua tecnica.

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